Analogamente al cambio di status del capitalismo degli anni ‘60 cui si riferiva Argan (1) nel suo ”Progetto e Destino“ da cui ho preso in prestito parte del titolo di questo editoriale, oggi ovunque nel mondo la comunità del progetto si confronta con scenari altrettanto inediti derivanti anch’essi da un cambio di status, o salto di scala, del sistema del potere economico, tecnologico e finanziario globale.

Scenari molto delicati e complessi che nel nostro caso descrivono una società in transizione caratterizzata dalla sintesi di tutte le tecnologie di punta a cominciare dall’intelligenza artificiale con la connettività, il tutto lanciato ad alta velocità in quella che due economisti del Mit (2) ascesi anni fa al successo editoriale, hanno chiamato la “seconda età delle macchine”, un processo tecnologico dirompente in un mondo multipolare in fibrillazione. La torta è il pianeta e la lotta durissima, come ha fatto notare Jacques Attali in un suo gustosissimo opuscolo la cui introduzione così racconta: “E’ oggi (2006 ndr) che si decide cosa sarà il mondo nel 2050 e si prepara quello che sarà nel 2100” (3).

L’innovazione tecnologica digitale di questo decennio sta dunque letteralmente ristrutturando tutto il sistema industriale assieme a tutto un universo di comportamenti, nulla di strano perciò se oggi si moltiplicano corsi stage seminari master e quant’altro su come digitalizzare un’azienda, come farla diventare più snella e intelligente facilitandone l’accesso a miliardi di dati e soprattutto a come gestirli. Nulla da eccepire, parliamo di un mondo del “come” che ci riporta a eventi storicamente cruciali ma noti poiché Il capitalismo quando ristruttura il mondo lo fa sempre attraverso codici e tecnologie che vanno a sistema e che innescano nuovi scenari globali, per chiarezza noi le abbiamo chiamato “rivoluzioni industriali” (oggi anche finanziarie) poi, dopo, in un secondo momento i progettisti intervengono a disegnarne le “scene” reali, scene che a tutt’oggi tuttavia sembrano essere ancora piuttosto latitanti. E’ imperativo perciò tradurre questo nuovo racconto di scenario del “come si fa“ basato su nuove tecnologie di processo, in un mondo del “che cosa sarà” basato sul disegno di nuovi contesti, ambienti e sistemi materiali/immateriali, nuove scene da creare da inventare di sana pianta e che ci aiuti a capire, in una società sempre più molecolare e frammentata, come effettivamente vivremo domani: casa, salute, clima, alimentazione, ambiente, lavoro, mobilità e quant’altro.

Come riconvertire tutto un sistema di valori dominanti ieri legati al consumo, in uno scenario attuale post-opulento che dovrà per forza puntare su altro come collante sociale? Sembrerebbe che un ruolo intellettuale che esprima visione e contenuti, piuttosto che tamburellare le dita in attesa di ricominciare a fare shopping, sia quanto mai attuale.

Cito da un interessante articolo di Maurizio Lorber, storico dell’Arte triestino, ”…Come la deriva tecnologica e tecnocratica del mondo dei consumi non si limiti a guidare le nostre scelte e il nostro vivere quotidiano ma progetta – senza che da parte nostra ve ne sia l’evidenza – le nostre esistenze. Argan comprende con lungimiranza che il Bauhaus è l’ultimo asso che l’arte e gli artisti si giocano. Nel momento in cui l’industria e la produzione di massa sostituiscono, passo dopo passo, l’unicità dell’oggetto artistico, solo una visione più ampia del ruolo dell’artista nella società, quella appunto immaginata da Gropius, potrà salvarlo “(4).

Ne è passata di acqua sotto i ponti dalla vicenda del Bauhaus, ma alla fine queste parole che  illustrano scenari in fondo abbastanza datati, raccontano tuttavia un dilemma di ieri presente in modo altrettanto ingombrante nella scena di oggi. Mai come oggi capire o anche solo “sentire” di essere una parte di un pensiero la cui filogenesi culturale ha origine nel Bauhaus è fondamentale per sentirsi con orgoglio parte di una storia che è profonda, complessa e guarda avanti.  Ma proprio questo è il punto. Agli inizi “post muro” degli anni ’90, tutti noi riconoscevamo nel salto di scala avvenuto nella sfera socioeconomica e culturale mondiale lo stimolo ad un bisogno di riallineamento metodologico anche nel design contemporaneo immaginandolo, ad es. nelle parole sempre lucide di Andries van Onk, come un plausibile “Design dei Contesti” (5) cercando di fare un salto cognitivo e anche di immaginazione.

Politica, tecnologia, sociologia, economia, tutte avevano fatto un salto di scala andando a posizionarsi là, dove tutto è digitale, là, dove tutto è smart e virtuale, e là, dove i non luoghi (6) proliferano; in breve là dove tutto è nuovo e complesso. Tutto nel mondo ha oramai compiuto un salto di scala tranne il nostro pensiero sul design a mio avviso vittima di un incantesimo sul discorso del prodotto e di come farlo più … Emozionale? Ironico? Ludico? Partendo dall’oggetto e finendo in un neo-oggetto ( spesso si tratta di accessori: porta-sale, centro-tavola, ferma-porte, sgabelli, portariviste, mensole ) intelligenze vere, certo, ma applicate a un micro mondo e che non riesce né ad avere il fascino di ogni microcosmo che si rispetti, né a pensare in termini di sistema, o meglio: in termini sistemici. Per questo, prima di un progetto di business, urge a mio avviso una idea di “società”, in cui collocare alcuni punti irrinunciabili, vedi il problema apicale della Sostenibilità. E qui torna in ballo Argan e il suo pessimismo filosofico che senza dubbio contiene una energia vibrante, ma che deve essere assolutamente trasformato in ottimismo, altrimenti non ne usciamo fuori.

Per questo oggi è proibito non solo essere pessimisti o disinformati ma è anche proibito essere incolti o vantarsi di essere “semplici” e di parlare “come si mangia”. Questa vulgata antintellettuale della semplicità è diventata imbarazzante in una realtà dannatamente complessa in ogni suo risvolto, perciò oggi ugualmente è proibito snobbare il pensiero della complessità. I prezzi da pagare alla cosiddetta “sana semplicità” popolare, sono ormai diventati altissimi e in tempo di crisi non ce li possiamo più permettere. La grande lezione del virus chiede ad ognuno degli attori del nostro sistema: arte progetto impresa politica commercio tecnologia, di ripensarsi e di riposizionarsi non soltanto in virtù di un calcolo personale ma di riprogettare una vita, meno “computans” e più “cogitans” di riconsiderare più in profondità ciò che veramente riflette la “condizione umana” incluso la difesa del nostro “capitale simbolico”.

Diciamo pure che la palla sta a noi, siamo noi e non le tecnologie che stiamo rallentando l’appuntamento con la storia, probabilmente perché non abbiamo ancora compreso il potere della cultura. Nel duemila pensiamo ancora che la cultura sia una cosa lontana, settoriale e specifica, rigorosamente collegata al passato e dentro i musei, (7) che esula da un concetto esistenziale di realtà, di società e lontana dall’economia, ma il mondo fortunatamente non si esaurisce nel catalogo dei prodotti, né con il quadro incerto e transitorio delle start up, il mondo non è una enorme lista della spesa come qualcuno pensa. Smettiamo perciò di usare la parola cultura come la scienza ci spiega che stiamo usando il nostro cervello, ossia al 10 %. Bene ha fatto la Regione FVG a lanciare una offensiva intelligente e avanzata creando un Cluster per la formazione e crescita delle Industrie Culturali Creative, La PDW sa già interfacciando con questo tipo di contenuti. (8)

Anche se in ritardo rispetto alla tabella di marcia riportata da Attali, abbiamo ancora la possibilità di disegnare il futuro e di non lasciare in mano a interessi esclusivamente mercantili, temi come la casa la salute e il lavoro (9) e il design italiano, con le sue scuole, la parte più sensibile del suo professionismo e le sue storiche associazioni, e soprattutto le sue giovani generazioni, non starà certo a guardare. Allora: cominciamo a ragionare anche noi alla scala delle trasformazioni di oggi, riempiamo questo gap assordante di “visione” tra il fare e il “pensare”, tra il fare e il “sentire”, e facciamo di questo mondo un posto migliore. Progettare per non essere progettati è l’augurio e lo stimolo migliore che io possa immaginare per il futuro nostro e dei nostri figli, la posta in ballo ce lo chiede; eccome.

Giuseppe Marinelli De Marco

Ideatore e Direttore Scientifico della PDW

Note

1 – Descrive un salto di scala del capitalismo americano e spiega come con il termine Industria Culturale si usa indicare l’insieme di soggetti, strutture e attività economiche che, all’interno di una società industriale avanzata si occupano della produzione, distribuzione e consumo della Immaterialità. Il termine coniato dalla scuola filosofica di Francoforte segnalava anche un passaggio di stato del capitalismo nel senso che le élites che allora dominavano il tempo pieno della fabbrica del management e della produzione, dominavano anche l’organizzazione delle università, della formazione, della acculturazione ed anche dello svago e del divertimento: il cosiddetto “tempo libero”. il celebre saggio “L’uomo a una dimensione“, 1964 di H. Marcuse, anch’esso esponente della Scuola di Francoforte, divenne il vangelo della contestazione giovanile a Berkeley in California. Marcuse aveva individuato un colossale bug filosofico dentro il principio assolutista “democratico-dogmatico” ma indimostrabile, a est come a ovest, fra realtà e narrazione della realtà, una enorme fabbrica del consenso magistralmente raccontato nel celebre film cult “Il laureato” di M. Nichols. E’ il periodo oramai celebre della contestazione giovanile, de “il medium è il messaggio” di M. McLuhan, 1967 o di “Apocalittici o integrati” di U Eco. 1964

2 – Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee: ”la seconda età delle macchine”, Feltrinelli 2015

3 – Jacques Attali “Breve storia del futuro“, Fazi Editore 2007

4 – Maurizio Lorber : Il fallimento del progetto e il disordine del destino: Giulio Carlo Argan, il Bauhaus e la crisi della ragione in: AFAT 33, EUT Edizioni Università di Trieste, 2014

5 – Andries van Onk è stato un importante designer del novecento; ha realizzato moltissimi prodotti anche per aziende del nord-est. E’ stato fra le varie cariche istituzionali anche docente dell’ISIA di Roma e membro dell’allora Comitato Scientifico. Formatosi ad Ulm ha portato nel design italiano e nella storia degli ISIA una pagina di cultura e di rigore metodologico di altissimo profilo.

6 – Marc Augé, “Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità”, 1993 / in italia Elèuthera, 2009.

7 – In tema di cultura, alla Fiera del libro di Francoforte, (2015) l’Italia scopre una classe dirigente impietosamente “illetterata”, totalmente allergica al libro. Ma colpisce di più che a non prendere in mano neanche un romanzetto o un saggio breve siano coloro che detengono ruoli di responsabilità nel nostro Paese, perché amministratori pubblici, o manager privati, industriali e imprenditori, superprofessionisti o politici, a qualsiasi livello. Per Giovanni Floris gli esempi non riguardano solo il decadimento della nostra classe dirigente. Sono l’espressione di uno scadimento generale dei nostri standard educativi, in un Paese dove il 25 % mostra un analfabetismo funzionale, il 19% dei laureati scrive a fatica due righe in italiano e non è in grado di comprendere le indicazioni per l’uso di un’aspirina.

8 – da https://www.ispionline.it/ – Il World Economic Forum ha presentato lo scorso anno una strategia per l’utilizzo dei big data per aiutare i lavoratori a individuare quali competenze aggiuntive servono per passare dal lavoro precedente a un lavoro futuro, magari migliore. Perché la transizione tra un posto di lavoro e un altro sarà sempre più costante e le competenze saranno la vera tutela; i paesi che sapranno investire in questo potranno mantenere costanti (o in crescita) i livelli di produttività delle proprie economie. Ma oltre a questo sarà necessario limitare i danni che la transizione genererà e quindi riformare i sistemi di welfare che ancora oggi si fondano su modelli novecenteschi

9 – Parlando di un tema molto caldo e critico come l’occupazione, colgo l’occasione per riportare all’attenzione un ammortizzatore sociale importante, diventato anche un tema progettuale di forte attualità: lo Sharing Abitativo Intelligente proposto attraverso diverse ricerche, in campo internazionale, una di queste premiata al salone dell’Urbanistica di Belgrado nel 2014, nota come. “TRANSITION TOWN: ipotesi per un design dell’inclusione“ vedi www.transitiontown.it è nata in ambito ISIA di Roma intorno al 2008-09.